Giornata di studi

Progetto e distopia

Organizzata da Dario Donetti e Alessandro Nova

Nel 1973 Manfredo Tafuri conclude, con Progetto e utopia, una riflessione sull'esperienza ideologica dell'architettura moderna da lui avviata alla fine degli anni sessanta. Percorrendo i diversi tentativi di ordinamento della società produttiva perseguiti dalle avanguardie - sotto la luce inquieta delle visioni piranesiane che ne aprono la parabola - il metodo utopico è sottoposto a una lucida dissezione, sino a rivelare il definitivo esaurirsi di ogni spinta propulsiva dell'ideologia e riconoscere, così, la nuova condizione di impotenza dell'architettura della crisi: "obbligata a tornare pura architettura, istanza di forma priva di utopia, nei casi migliori, sublime inutilità".

Con un simile sentimento del contemporaneo, pochi anni prima, i gruppi radicali italiani, viennesi, inglesi e giapponesi avevano esasperato i postulati dell'utopia modernista, introiettando la crisi del sistema capitalista in un repertorio di immagini allucinate, per mostrare i risvolti inquietanti della società della produzione e del consumo. In breve tempo questi stimoli sarebbero stati assimilati da una generazione di architetti che avrebbe fatto della distopia un metodo di progetto visionario e fattivo insieme, capace di applicarsi al proteismo dell'architettura produttivista, ma anche di generare possibilità inedite per la programmazione urbana o la riflessione sul linguaggio: il neo-illuminismo classificatorio de L'architettura della città (1966) di Aldo Rossi; l'empirismo pop di Robert Venturi, Denise Scott Brown e Steven Izenour in Learning from Las Vegas (1977); la teoria relativista dell'architettura come processo di Rem Koolhaas, da Delirious New York (1978) ad S, M, L, XL (1995) e Junkspace (2000).

Anche grazie a queste esplorazioni metodologiche, l'involontaria eterotopia di "spazi altri" (FOUCAULT 1967) delle metropoli industriali si è evoluta rapidamente nell'inarrestabile architettura distopica dell'ultimo quarto di secolo del Novecento che, fino alla più recente crisi delle economie occidentali, ha rimodellato il paesaggio dei grandi agglomerati urbani come dei nuovi centri del potere.

Ma è davvero possibile riconoscere dei caratteri comuni a un metodo di progetto che si possa definire distopico? O tale architettura è, per sua stessa natura, irriducibile a sistema? Anche i prodotti meglio riconoscibili di quelle spinte teoriche - declinate nell'esibizione muscolare della tecnologia e in sorprendenti fuori scala - rappresentano solo exploit isolati, di particolare efficacia iconica, o appartengono invece a un più vasto paesaggio di progetti antirazionali? E fino a che punto è lecito riconoscerne le premesse nelle espressioni più inquiete della tradizione utopica occidentale o, da ultimo, nel modello concettuale del pensiero negativo? Il tentativo di questa giornata di studi sarà quello di rispondere a simili interrogativi e costruire un dialogo aperto tra i suoi partecipanti sulla legittimità, o meno, di tale categoria critica.

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