Alessandro Nova: 'La dolce morte': i disegni anatomici di Leonardo e il valore cognitivo delle immagini

Conferenza inaugurale

Gli enormi progressi della neurologia hanno ridato vigore alla discussione sul ruolo svolto dalle immagini al servizio della ricerca medica e sul loro potere. Qual è il valore di una tomografia assiale computerizzata (TAC)? Come si creano queste immagini all’apparenza così elementari, rassicuranti e didatticamente adeguate? Ci troviamo di fronte a delle rappresentazioni affidabili degli organi esaminati? Che rapporto intercorre tra ciò che vediamo sullo schermo e la realtà? Variando o sostituendo i termini tecnologici, sono domande che si potrebbero porre anche alle prove grafiche di altri secoli, ad esempio agli studi anatomici di Leonardo da Vinci. È noto come l’artista avesse elaborato un metodo di raffigurazione del corpo basato tanto su un’osservazione precisa e accurata del mondo reale quanto su inevitabili astrazioni grafiche. Fu Leonardo stesso a ricordare in numerosi appunti come le strategie visive dei suoi schizzi prendessero a volte le distanze dal dato reale per amore di chiarezza espositiva ed egli era consapevole del fatto che il disegno non costituisse una riproduzione assolutamente fedele del mondo bensì uno strumento di conoscenza particolare e flessibile in dialogo con le capacità analitiche dell’osservatore.

Se i problemi del rapporto tra parola e immagine nell’opera di Leonardo sono confrontabili, al di là delle differenze qualitative, con le domande sollevate dalle illustrazioni e dalle osservazioni della scienza moderna, sono invece molto diversi gli obbiettivi dei loro progetti. Le recenti polemiche sul libero arbitrio innescate dai risultati conseguiti in campo neurologico indicano come persino i medici della nostra epoca si spingano ben al di là di una diagnosi puramente funzionale ai loro bisogni, eppure il progetto di Leonardo si era mosso a un livello etico ancora più alto poiché con le sue indagini anatomiche non si era soltanto ripromesso di far avanzare la conoscenza medica, ma anche di capire le cause di una morte indolore. L’artista possedeva un quadro cupo, terrificante della morte, condiviso peraltro da molti suoi contemporanei, e faremmo torto alla sua ricerca sul corpo se separassimo il suo interesse per l’anatomia dalle sue paure di fronte a quell’ultimo istante che egli definì come il "sommo danno".

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