Conferenza

Andrea De Marchi: Alla ricerca di Verrocchio pittore

in occasione del ciclo di conferenze "Intorno a Verrocchio" a cura di Francesco Caglioti e Andrea De Marchi

Andrea del Verrocchio, Madonna col Bambino, 1470 o 1475 circa. Berlino, Staatliche Museen zu Berlin - Gemäldegalerie, inv. 104 © Staatliche Museen zu Berlin, Gemäldegalerie / Christoph Schmidt

Nessun artista prima di Michelangelo è stato organicamente scultore e pittore al contempo come il Verrocchio. Eppure la sua grandezza anche come pittore non è universalmente riconosciuta, non è nemmeno chiaro cosa abbia effettivamente dipinto. Le sue due opere pubbliche, il Battesimo di San Salvi (ora agli Uffizi) e la Madonna di Piazza di Pistoia, sono in gran parte spurie, l'una iniziata con l'aiuto di collaboratori e finita da Leonardo, l'altra commissionata nel 1475, ma dipinta dieci anni più tardi da Lorenzo di Credi. Senza il suo magistero non sarebbero stati né Leonardo, né Perugino, né Ghirlandaio, né tanti altri, da Bartolomeo della Gatta a Piermatteo d'Amelia, con ripercussioni importanti dall'Umbria a Roma, dall'Abruzzo a mezza Italia. La sua bottega fu una vera fucina di innovazioni, una sorta di accademia ante litteram. Lì si elaborò la risposta più alta alla pittura fiamminga, componendo il virtuosismo della resa di infiniti dettagli ottici in un'intuizione altrimenti grandiosa e sintetica della realtà. Lì la figura umana divenne nucleo generatore di un'inedita teatralizzazione monumentale, con un'operazione possibile nella pittura solo per un artista che era al contempo l'unico scultore in grado di concepire, come nuovo Donatello, l'interazione costante con lo spazio circostante e con lo spettatore. Lì nacque il proto classicismo: nella respirante grandiosità dei corpi panneggiati, immersi nell'atmosfera, stagliati contro il cielo e contro vasti paesaggi, nella studiata dolcezza degli sguardi dei due angeli nella Madonna di Volterra (Londra, National Gallery) è già implicito tutto quanto Perugino dirà nel resto della sua vita; nella tensione repressa di quelle figure è latente l'inquietudine e la complessità psicologica che Leonardo libererà, smagliando e sforzando la lucente acribia che il maestro gli aveva insegnato, tradendolo nell'intimo.

Entrata libera fino ad esaurimento posti.

    

Andrea De Marchi, piemontese nato a Biella nel 1962, è professore ordinario di Storia dell'arte medioevale all'Università di Firenze, dopo essere stato ispettore in Soprintendenza a Pisa (1994-1995), ricercatore all'Università di Lecce (1995-2000) e professore associato all'Università di Udine (2000-2006). Ha studiato a Siena, con Luciano Bellosi. Le sue prime ricerche, sulla pittura tardogotica nelle Marche e a Venezia, sono confluite nel libro Gentile da Fabriano. Un viaggio nella pittura italiana alla fine del gotico (1992, riedito nel 2006). Si è interessato di svariati argomenti, riguardanti la pittura, il disegno e la miniatura fra gotico e rinascimento. Nel 1996 ha fondato con altri studiosi Nuovi studi. Rivista d'arte antica e moderna, di cui è redattore. Sta lavorando sulla decorazione delle chiese mendicanti ed in particolare francescane fra Due e Trecento e sull'evoluzione della pala d'altare fra gotico e rinascimento.

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13 Maggio 2019, ore 18:00

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